
Ore 16.03. Non capisco. Guardo meglio, cammino in cerca di spiegazioni, lascio scorrere
velocemente le cancellate alla mia destra tenendo gli occhi nervosamente puntati verso il centro del
parco, ma il mio sguardo non incontra ostacoli. Vedo il palco, vedo le transenne, distinguo ogni
singolo particolare. Nulla, nessun corpo s’interpone fra il mio e quello dei tecnici audio. Non c’è
pubblico. Realizzo che l’affluenza è molto più bassa del previsto. Ma è presto, decisamente troppo
presto perché questa prima impressione possa deludere le mie aspettative nei confronti
dell’Idroscalo Rock.
“Sei sempre troppo puntuale”, mi dico.
Superata la quasi inesistente coda all’ingresso, ricevo il pass che da lì a poco avrei definito come
una delle migliori invenzioni dell’uomo. In pochi minuti mi trovo di fronte allo stage. Il tempo di
degustare del luppolo decisamente troppo salato per le tasche di qualsiasi pubblico e sento le prime
note diffondersi fra gli alberi. E’ l’inizio.
Le sonorità indie fanno da padrone alla prima parte dello show. Il sole è ancora alto ed il clima
molto rilassato. Sul palco le Wet Dog si propongono con un abbigliamento in linea con le mode
legate al genere musicale, eseguono riff semplici che seguono la voce e non richiedono troppa
attenzione al pubblico che le sente, non le ascolta. Le tre giovani inglesi, attive dal 2005, non
colpiscono particolarmente per innovazione e la performance si conclude senza colpi di scena.
Attraversiamo l’Oceano Atlantico e ci addentriamo nell’Illinois, arriviamo a Chicago,
incrementiamo la componente pop ed il numero dei componenti. Questa volta sono cinque ragazzi.
I Chin Up Chin Up si espongono e sfruttano la maggior esperienza per dare più spazio alle sei
corde ed aumentare il delay, ma non osano ancora abbastanza. L’esito è di poco superiore al
precedente, qualcuno nel pubblico accenna un timido salto, ma una volta accortosi di esser il solo si
ferma e ritorna al proprio posto. Il pubblico guarda.
Uk e Illinois non convincono, la Lombardia, inaspettatamente, stupisce, ed il gap dalle precedenti
performance è molto ampio. Gli Hot Gossip non si risparmiano. Lo scivolone iniziale (in senso
fisico e non metaforico) di Sergio, il bassista, ex chitarrista dei PuntoG, non compromette la
prestazione a dir poco stupefacente del trio che, finalmente, ricorda al pubblico cosa voglia dire
partecipare ad un concerto. La gente si alza e si avvicina al palco, canta, qualcuno balla,
Idroscalo Rock ha preso il via. L’affluenza non convince ancora, ma in dispetto alla quantità, la
qualità sta crescendo. Il sound è secco, la voce convince, la chitarra è diretta ed il basso è degno di
nota di merito. Giudizio inesorabilmente positivo a detta di gran parte del pubblico.
Mi avvalgo del pass ed inizio ad apprezzarne realmente il valore quando scopro il minor costo del
malto nel backstage. Faccio i complimenti al già citato Sergio, e saluto coloro che da lì a poco
avrebbero calcato il palco. Gli Humanzi lasciano poco spazio alle presentazioni ed accompagnano
le prime bevute del pubblico, che li guarda incuriositi. La poca fama non aiuta la pur apprezzabile
personalità del front-man che però non si scoraggia, tiene il palco ed imbraccia la chitarra come un
fucile regalando piccoli show anche a coloro che storcono il naso in segno di disapprovazione.
Basso portante, chitarra e batteria tipicamente 80’s, voce interessante ed immancabile synth.
Troppe, però, le ripetizioni e poche le novità per un pubblico post-hot gossip e pre-teatro degli
orrori. Il clima si scalda ed io prendo confidenza con il backstage, scambio due veloci battute con
Colm Rutledge (Humanzi) il quale mi confida la loro scelta di non utilizzare scalette durante la
serata. Lo saluto e poco dietro scorgo un corpo elegantemente vestito, ma nervosamente barcollante: “Pronto per il palco?” chiedo.
“Pronto.” mi conferma, annuisce, poggia il pesante corpo sulla ringhiera della scala e chiede alle
braccia di sopperire al mancato lavoro degli arti inferiori. L’ex cantante dei One Dimensional Man
riacquista la lucidità necessaria per adirarsi abbastanza in seguito alla momentanea scomparsa della
sua asta del microfono. Poi tutto torna nella norma ed il copione del Teatro degli Orrori può essere mandato in scena senza ulteriori indugi.
Ora. C’è una zona, nel corpo di ogni uomo, situata fra l’addome ed il torace. Non avendo studiato
anatomia non so ben individuarla e non credo, sinceramente, nemmeno sia definibile solo dal punto
di vista fisico in quanto questa sembra esistere solo nel momento in cui qualcosa di non abituale e
sconvolgente, concorre a turbare il normale susseguirsi delle situazioni. Ebbene, nell’esatto istante
in cui la corda del basso vibra la prima nota di Vita mia (prima brano eseguito), quella stessa zona
del corpo di ogni singolo presente al concerto subisce una sorta di onda d’urto, un contraccolpo, una
sensazione che può piacere o meno, ma non può lasciare indifferenti. E’ esattamente questo l’effetto
dei Teatro, impedire il distacco nei confronti della scena. La batteria non lascia il tempo di
respirare e detta ritmi soffocanti suonando un timpano che sembra voler competere con il grave
suono della cassa, il basso scuote il pubblico con slide e distorsioni, la chitarra energicamente
posseduta suona nervosa ed emette riff virtuosi, diretti. La voce non cede, non vuole seguire a lungo
le trame dettate dallo strumentale ed evade per imporre le proprie regole. Pierpaolo picchia il
microfono. Come un direttore d’orchestra dirige il pubblico, ma lo fa con una tale violenza che le
traiettorie disegnate in aria dalle sue mani sembrano assumere la valenza di percosse. Il pubblico è
in delirio, nessuno resiste, tutti protendono verso il palco quasi cercando di imputare al gruppo le
colpe del loro comportamento, e lo fa usando le stesse parole di questo progetto musicale nato dalle
ceneri di One Dimensional Man e Super Elastic Bubble Plastic. Come da copione anche le luci
della scena seguono l’intreccio, il giorno inizia la ritirata e l’atmosfera raggiunge toni più cupi.
Secondi di pausa solo fra la fine di una canzone e l’inizio della successiva, il tempo per raccogliere
le forze ed immergersi nuovamente in questa esperienza unica, fatta di collera, insopportazione per
il banale vivere quotidiano, ipocrisia, politica, cultura, religione: il giudizio del Teatro è durissimo.
A tratti il leader sembra cedere e quasi rigettare, forse a causa del bevuto, ma sfrutta uno dei tanti
improvvisi stacchi per tirare un respiro, dirigere il fonico e riesplodere, permettendo al resto del
gruppo di esprimersi con tutta l’autorevolezza necessaria al compito di chi si trova a dover trattare
temi duri, affrontandoli a testa alta. Nel backstage mi intrattengo con Gionata, ex voce dei Super
Elastic ed attuale chitarra dei Teatro. Chiedo pareri personali e lui mi racconta del suo piccolo
inconveniente avuto col microfono, su cui poco prima ha sbattuto il naso. Pericoli del mestiere.
Propongo del ghiaccio, ma declina l’offerta. Si dimostra molto gentile e mi ricorda la scaletta
eseguita. Vita mia, Dio mio, E lei venne, Carrarmatorock, La canzone di Tom, Teresa. Quest’ultima
singolo, nonché loro canzone preferita, per i temi esposti. Mi complimento più volte, saluto e torno
ad immergermi nella poco più numerosa folla. Le espressioni che incontro sono diverse, c’è
soddisfazione, c’è stupore, c’è sbalordimento, incredulità, ma anche fastidio ed agitazione. Lo show
ha avuto il suo effetto. Ora si respira ufficialmente aria di concerto. Il pubblico guadagna numerosi
giovanissimi e soprattutto giovanissime. A giustificare tale tendenza, il prossimo gruppo in
programmazione. I Blondelle, quattro teenagers londinesi, saltano sul palco e nonostante la
giovanissima età, nonostante le voci che vogliano vederli come un gruppo nato a tavolino,
nonostante le critiche mosse nei confronti della maggior attenzione all’abbigliamento rispetto a
quella dedicata alla musica, il quartetto è capace di intrattenere, coinvolgere ed incuriosire. Will
Cameron, front-man della band, impugna una bacchetta ed ogni tanto colpisce nervosamente un
campanaccio per sottolineare l’atmosfera 80’s. Freschezza, brio, spensieratezza, si sostituiscono ai
toni cupi del precedente gruppo. Poca tecnica, sonorità tipicamente powewrpop e indie-rock si
diffondono nell’area. Sam Stewart, figlio del più noto Dave (Eurythmics), accompagna Will alla
voce e propone riff semplici da ricordare, basso e batteria si dimostrano ritmati ma mai virtuosi. La
performance scorre velocemente, divertendo buona parte del pubblico e mandando letteralmente in
delirio l’ampia schiera di piccole fan che poco dopo avrebbero cercato di forzare la sicurezza in
cerca di autografi e fotografie. Nel backstage lo show del quartetto continua; mi complimento e
stringo amicizia con Mike Deegan (batterista), il quale stupito quanto divertito, mi mostra gli skinny
jeans bianchi macchiati del rosso proveniente da una ferita alla mano. Altro inconveniente del
mestiere. Lo rassicuro dicendo che in fondo, “fa pur sempre rock”, se ne convince e continuiamo la
conversazione. Suonano solo da un paio di anni in questa formazione e sono molto contenti di
esibirsi in Italia, ogni volta che si trovano nel bel paese, trovano fan simpatici e gente interessante.
Mi comunica le prossime tappe, Dublino, Nottingham ed, ovviamente Londra poi molte altre
ancora. Li abbandono per lasciarli nelle mani del fotografo. Intravedo Beth Ditto (Gossip), aggirarsi
fra backstage e pubblico con un vestitino arancione inconfondibile, poi sento maneggiamenti
all’impianto audio del seguente gruppo e mi avvicino allo stage. Inconfondibile abbigliamento 70’s
per the Lost Patrol Band, che conquistano la scena con un powerpop più maturo rispetto a quello
dei Blondelle. Dal palco ci comunicano che è la prima volta che si trovano a suonare in Italia,
parlano molto con pubblico, eseguono molte canzoni, forse troppe a giudicare da alcune urla
giuntemi all’orecchio. Easy listening non troppo impegnativo, overdrive e compressor per le
chitarre d’accompagnamento, basso frizzante e batteria rock’n’roll. “Il cantante. Il cantante l’ho già
visto”, penso. Si muove con sicurezza sul palco, canta bene, coinvolge, detta i ritmi del live. Non
resisto e appena dietro al backstage lo riempio di complimenti per la stupenda rickenbacker suonata
con esperienza. Due battute sul live e poi la risposta alla mia domanda riguardante la nascita del
gruppo e la biografia. “Questa band in realtà non è il mio progetto principale…sai, io solitamente
suono in un altro gruppo, che non so…potresti conoscere. Si chiama (International) Noise
Conspiracy…”. Cerco di sparire, ma mi accorgo di esser ancora al suo cospetto con tutto
l’imbarazzo che un tal evento può causare. Mi scuso ripetute volte, mi complimento e mi dileguo.
Per farmi perdonare decido di aiutare Andre Sandström a caricare la sua batteria il furgone. Sono
ufficialmente diventato loro amico e scopro che il batterista ha studiato “il melodico italiano” per
qualche anno, così prova a ricordarsi qualche parola ma l’esito non è dei migliori. Comunque
apprezzabile lo sforzo. Ancora due battute assieme poi giunge l’ora, per me, di tornare allo stage.
Decido di seguire la performance dei Gossip dal backstage e noto Tom Smith (front-man
dell’ultimo gruppo della serata) che viene fermato dalla security e costretto ad esibire il pass. Pochi
secondi dopo lo ritrovo alla mia sinistra, così iniziamo a commentare la performance di Beth Ditto.
Lei saluta Milano ed accenna Lady Marmalade (Labelle) a cappella, conquistando il pubblico da
subito ed esibendo una voce potente, piena, corposa e capace, da sola, di riempire la scena. La
prima traccia è Listen up, che libera il pubblico, lo svicola dal proprio posto obbligando chiunque a
ballare. Più volte, durante l’esibizione, non si risparmia di regalare brividi da solista. La batteria in
levare e la chitarra dosata permettono alle linee vocali di spaziare senza troppe costrizioni. La
chiusura del concerto è riservata a Standing in the way of control, singolo di punta del gruppo
capace di prendere per mano ogni spettatore ed accompagnarlo al centro del dance-floor improvvisato sulle ceneri di quello che prima era lo spazio dedicato al “pogo” del Teatro. Un
immensa danza che non risparmia nemmeno il giovanissimo Will Cameron (Blondelle) che,
sfuggito ad ogni controllo, attraversa il palco saltellando. Performance impeccabile.
Fuori dai camerini l’atmosfera è quella di una grande famiglia fatta di artisti, Beth e Will scherzano,
fanno fotografie coinvolgendo anche le Wet Dog. Le fan dei Blondelle si accalcano alle transenne e
qualcuna riesce ad entrare, ma sono pochi i minuti di felicità.
La prolungata durata del sound-check per l’esibizione degli Editors, sottolinea l’importanza di tale
evento. L’attesa cresce; i fotografi prendono posto ai piedi del palco ed io mi fingo uno di loro. Ci
siamo. Esplodono le luci, un bagliore dal palco, suggestioni indefinibili. E’ Bones, profondità di
suono, voce inconfondibile. Accade nuovamente, quella stessa zona non meglio individuata, appena
sopra l’addome, conosce una nuova sensazione, molto più intensa di prima, ma meno violenta. Tom
sconvolge e coinvolge il pubblico e ora è lui a protendere verso questo, cerca consensi, cerca il
contatto, recita con un’espressività senza precedenti. Il pubblico è immerso in questa esperienza
quasi totalizzante. La batteria, percossa con decisione, tecnica e metodo, raccoglie il basso; assieme
disegnano uno scenario nostalgico ma energico, su questo sfondo la chitarra si posa con delicatezza
e raggiunge sonorità uniche e cariche di significati, aggiunge del colore all’opera che viene, infine,
completata dalla calda voce di Tom, il genio, il maestro, l’artista che firma l’opera
accompagnandosi con chitarre e tastiere. Il quadro totale alterna colori forti ed accesi a zone di
quieta ombra con trame a tratti commoventi. Come sul palco, anche nel parco, nessuno riesce a
trattenere la voglia di muoversi. L’ultimo singolo, Smokers Outside the Ospital Doors regala
emozioni ai presenti e strappa qualche lacrima. Non è ancora la fine, ma i quattro di Birmingham si
ritirano momentaneamente dietro le quinte dello show. Poi il rientro richiesto a gran voce dal
pubblico. Due perle suonate ancora una volta come nessun altro potrebbe. Un saluto e la promessa
di ritorno a Novembre. Un capolavoro di rara bellezza.
Fatta eccezione per il dj-set a tratti criticabile dei London Loves (anche se parte della colpa va
anche all’impianto audio mostratosi diverse volte non all’altezza del compito) e nonostante la bassa
affluenza, l’esito della giornata è sorprendente, con un Teatro che dirige un orchestra di voci ed un
Editore-attore che firma un quadro di inestimabile valore. Arte, teatro, ma soprattutto, sempre,
musica. Soprattutto, sempre, rock.