Partiamo con le buone notizie: a differenza dell’ultima volta in cui li ho visti dal vivo (tour di “A crow left of the murder”) gli Incubus hanno ritrovato buona parte della scorza e dello stile che li contraddistingueva. Il live del 2002 era stato per vari motivi spento, svogliato, con i suoni mal fatti (in “are you in?” il basso avrebbe dovuto essere a volume doppio rispetto agli altri strumenti, non dimezzato) ed una scaletta opinabile, troppo piena di pezzi recenti a discapito del loro album migliore, “Make Yourself”; sarà stata la fase calante, partita con l’abbandono dell’ottimo Dirk Lance al basso sostituito con un – allora – molto meno convincente Ben Kinney, seguita da un disco mediocre che ha deluso soprattutto la base dei fan. Sarà stato anche che il bassista era appena arrivato.
Domenica scorsa invece è salita sul palco una band molto più convinta e sicuramente più rodata, Kenney finalmente suona come ci aspetta dal bassista degli Incubus ed in generale tutti sono apparsi più in forma: anche Mike Einziger ha mollato le fender jazzmaster, che con la maggior parte dei loro pezzi non c’entravano un po’ un cazzo, ed ha recuperato completamente dall’infortunio alla mano del Marzo scorso.
Ora, una cosa che la band si è trovata ad affrontare è stato non dico un cambiamento, quanto più un allargamento del pubblico: alla gente che li segue (e li seguiva) per la loro musica, si è sommata una fetta del mercato di solito dedita al “figoromantico”, per intenderci quelle che ascoltano Vasco stringendo l’orsacchiottone alto due metri e poi vanno al concerto degli Incubus perché “Minchia che figo Brandon Boyd, e poi anche “Love Hurts” non è male” (Sto parlando a ragion veduta, conosco la persona di cui parlo e la frase riportata è pressochè testuale).
Nulla da eccepire, il fatto che una band raggiunga un pubblico più ampio facendo comunque buona musica non può che essere positivo; l’impasse che però si sono trovati ad affrontare credo sia stata quella di soddisfare entrambe le componenti del pubblico milanese, e qui entra in gioco il discorso sulla scaletta.
Sicuramente varia, la scelta dei brani ha coperto tutta la discografia degli Incubus, privilegiando da un lato scelte più particolari, così di "S.C.I.E.N.C.E" hanno suonato "Vitamin" e non le più famose "Certain Shade Of Green" o "New Skin", da "Make Yourself" solo "Stellar" e "Drive" (aver dedicato così poco spazio ad un disco così bello è stata l'unica pecca della serata; e poi le ladies volevano "I miss You", checcazzo); mentre è stato dedicato più spazio agli ultimi due album, scegliendo però le tracce più interessanti (per esempio "Pistola"). Notevole è stato lo spazio dedicato all'improvvisazione: il gruppo ha dato in un paio di occasioni una gran dimostrazione di abilità tecnica e coesione, partendo per la tangente e regalando al pubblico jam da un decina di minuti ognuna, che spaziavano dal noise alla fusion; da segnalare infine la presentazione di un pezzo inedito, "Punch Drunk", che conferma lo spostamento degli Incubus verso soluzioni più morbide (a tratti sembrava un pezzo dei Pink Floyd).
In generale comunque un ottimo concerto, gli incubus si sono dimostrati all'altezza delle aspettative: suonano come dovrebbero, fanno divertire il pubblico e sospirare le signorine.
Nota finale per la band di supporto: per quella che è forse la seconda volta nella mia vita mi è capitato di vedere un gruppo spalla all'altezza dell'headliner e davvero interessante. Si tratta dei Pluggy, trio acustico che ricorda i Muse (anche per certi barocchismi) con a tratti delle uscite in stile "Fungus Amungus". Da tenere d'occhio.
Setlist:
Quicksand
A Kiss To Send Us Off
Wish You Were Here
Anna-Molly
Pistola
Vitamin
Just A Phase
Love Hurts
Drive
Megalomaniac
Sick Sad Little World
Oil And Water
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Stellar
Punch Drunk
Aqueous Transmission