Come diceva la grande Shirley Bassey, “history repeating”: la storia si ripete.
Un gruppo – ultimamente vanno gli inglesi, ma altrettante volte succede con quelli americani - trova un modo “nuovo” di scrivere i pezzi o crea un bel miscuglio di sonorità preesistenti, fa successo, si aspettano un paio di anni e ritroviamo da noi le stesse cose: che magari per chi le suona sono rivoluzionarie, ma da un punto di vista esterno suonano vecchie, guarda caso, di un paio d’anni.
Gli Hattorihanzo si inseriscono perfettamente nell’ultima ondata inglese dei vari Franz Ferdinand, Interpol, un po’ di Arctic Monkeys, Bloc Party (la lista potrebbe essere più lunga, o modificabile con altri nomi: mi avete capito).
Nulla da eccepire dal punto di vista tecnico/compositivo: i pezzi sono ben arrangiati e suonati, i testi non sono di quelli che verranno citati come vetta suprema della poesia in musica, ma si difendono bene; la registrazione è ovviamente ottima così come la produzione, ma ce lo si aspetta dato che i ragazzi escono per Maninalto, casa abituata a pubblicare album ben confezioniati.
Ma veniamo alla sostanza: il grosso problema degli Hattorihanzo non è tanto il citazionismo (molti gruppi hanno proposto dei bei dischi carichi di citazioni: vedi Wolfmother), ma il fatto che pur avendo sonorità “hype”ed una buona capacità di arrangiare i pezzi, manca quel qualcosa in più che gli fa sfornare il ritornello o il riff che ti si inchioda in testa (che stringi stringi, il gioco si riduce a quello). Le 11 tracce che compongono “Occhi Rossi” scorrono leggere e rapide, ed il problema non è “arrivare alla fine”, ma piuttosto il fatto che quando ci arrivi ti accorgi che non ti ricordi una nota che sia una di quello che hai appena ascoltato; poi però ti ritrovi a fischiettare un pezzo dei Bloc party.
Tracklist:
01. Occhi Rossi
02. Timbro Clone
03. Nascosto Bene
04. Morbido
05. Tutte Le Sere
06. Sangue Vivo
07. Quello Che Vorrei
08. Microcosmio
09. In Volo
10. Sporadico
11. Polvere