Ancora una volta in ritardo, lo sapevo.
Cappuccio sotto la doccia, dentifricio ad accompagnare il cornetto e di corsa in ricerca di wireless. Ringrazio la mia capacità di esser casalingo in cambio dell’ospitalità altrui, vagabondo ancora qualche minuto per la grigia città lombarda fino a trovare l’adatta cornice.
“Se lo meritano” mi ripeto. Glielo devo proprio.
E cosa dire altrimenti, di coloro che già a suo tempo non definii certo con dolci parole e che, non intenzionati ad arrendersi si ripropongono ora, dopo aver accolto le critiche, pur costruttive, del sottoscritto?
Ammirabile testardaggine e accresciuta grinta. Ecco gli ingredienti mancanti nel precedente lavoro, eccoli che si intravedono ora più chiaramente, riff dopo riff si fanno spazio nell’ormai inflazionato sound indie. Freschezza in Cribs style, chitarre made in Strokes town, linee vocali rivisitate e rinnovate. Il tappeto bianco animato dalle ritmiche minimali di provenienza britannica si allarga, ma i Chimps non gettano la spugna, tornano al proprio angolo. Giusto il tempo di riflettere sui colpi mancati, su quelli subiti, un bacio ai guantoni e si ritorna a proporre l’indie made in Italy.
Sul ring danzano in maniera diversa, solo apparentemente spensierata, il ritmo è nuovo e con 4.20, prima traccia del loro secondo lavoro Road 2.. , lo rivelano ad un pubblico ora più scettico e critico. Il ritornello riesce però a convincere i nuovi fra la folla, il finale in ballata smuove anche chi già li conosce. Ripropongono e rinnovano i precedenti lavori e lo urlano senza indugiare, a gran voce, la stessa voce una volta insicura ed ora più curata. Gli esiti del meticoloso lavoro di ricerca, dell’allenamento alla corda e al sacco si fanno sentire.
It was a joke conferma la loro totale e a tratti ancora eccessiva adorazione per Julian Casablancas, Nick Valensi e compagnia. Incassano ancora qualche colpo causato dalla distrazione, una mossa prevedibile con Holy mother of Damned Generation, ma l’evoluzione è avviata e gli esiti positivi sono visibili al pubblico pagante dell’arena.
Sul volto dell’avversario lo si legge chiaramente. Il prossimo montante lanciato in aria sarà l’ultimo. La chitarra di Untitled non lascia dubbi, sta affondando il colpo, il tono è più cupo, un dettaglio sottolinea lo sguardo determinato, poi quello intimorito e rassegnato dell’avversario. Il gancio fluttua in aria qualche secondo.
Il quintetto di Siracusa riesce a ritrovarsi, cresce a livello tecnico. Il lavoro è solo incominciato e la strada è in salita, l’ostinazione non manca. Respiro iniziale, motivazione e creatività. Buon allenamento.
Tracklist:
01 – 4.20 (4:10)
02 – One Two Three, Star (4:14)
03 - Rainjune (3:52)
04 – It was a joke (3:38)
05 – Catch a Dream (3:44)
06 – In another Place (3:49)
07 – Holy Mother of Damned Generation (3:39)
08 – Untitled (4:56)