Capisci il potenziale di un live-set di Skrillex quando arrivi davanti ai Magazzini Generali ancora chiusi, ti metti a fare comunella con qualche astante casuale nella fila, quando questo dice 'certo, però, che sono tutti ragazzini' gli chiedi quanti anni abbia lui e ti risponde 'diciannove'.
E attenzione, lungi da me avercela coi giovincelli, anzi! Andare a questa serata mi ha fatta tornare adolescente. Non è tanto per la musica, quanto per l'energia - ingenua, svagata e variopinta - che questa ha prodotto lo scorso giovedì.
Che poi, come supponevo, il pubblico è stato veramente variegato: dall'hipster più hipster che si possa immaginare, all'ascoltatore di elettronica medio, a qualche sparuto personaggio dalla visibilmente differente cultura musicale ai suddetti ragazzini, di cui peraltro si distinguevano diverse categorie.
Quando avevo quindici anni, la lotta tra gli 'alternativi', i 'fighetti' e tutte le altre varie sottospecie era motivo di faida e difesa dei territori crudelissime: meraviglioso, ad anni di distanza, vedere che finalmente qualcuno capace di coniugare tutte le varie 'appertenenze' esiste.
Così, dopo lunghe attese fatte di file, buttafuori rigorosissimi e birrette passate di mano in mano tra persone che si conoscono da cinque minuti, si avanza all'interno del locale.
Dopo un'oretta di dj-set dubstep facilone, si presenta sul palco Flux Pavillon, supporter europeo di Skrillex, che da buon inglese ci propina un set ben più raffinato di quello a venire.
Parlando da piuttosto-ignorante-in-materia-dubstep quale sono, le differenze tra i due sono comunque facilmente individuabili: suoni più netti e minimali per l'inglese, anche se come il nostro Sonny Moore si lascia andare ampiamente anche lui a momenti più dance e commerciali, e, in ogni caso, sembra che non sia proprio l'ultimo arrivato del genere, a giudicare da come la folla lo acclama riempiendo il locale già da prima delle undici.
Un ottimo riscaldamento, per il putiferio a venire.
Non passa troppo tempo dall'esecuzione di Flux che cadono le quinte nere a rivelare la scenografia di Skrillex, composta da una struttura esagonale lamierata di led contenente un megaschermo a pixeloni che inizia a proiettare campiture nette di colori fluorescenti perfettamente in linea con il mood schizofrenico del dj.
Nel buio si intravede solo la mela brillante del mac di Sonny, che arriva dopo poco con dilatazioni, occhialoni da nerd, emo-piercings e la sua celebre rasatura da un lato, presente peraltro sulla testa di almeno un quinto dei presenti alla serata sotto i diciassette anni, assieme all'immancabile camicia di flanella a quadrettoni.
E parte subito lo show, un altalenare di motivetti infantili con vocoder alla chipmunk accompagnati da pianoforti glassati e parti electro-dubstep con i bassi più ignoranti dell'universo.
Dalla mia posizione privilegiata di anziana-dietro-il-mixer, non vedo mai i BPM salire oltre i 100, e non posso fare a meno di notare quanto EMO sia il tutto.
Sonny Moore è dannatamente EMO.
Non è per la sua passata militanza nei From First To Last dove l'acconciatura si limitava ancora ad un grande ciuffo sfilacciato con extensions colorate, ma per gli interludi zuccherosi, per le persone che mimano cuori con le dita e li rivolgono al soffitto, per i suoi sguardi di ragazzino bruttino, dolcione e goffo col naso a patata nascosto dietro gli occhiali dalla montatura spessissima.
Meno male che per ogni attacco di diabete ce n'è, poco dopo, sempre uno di dubstep tamarrissima, lenta, penetrante e robotica come solo lui sa fare.
Le abilità di DJ sono indiscusse, il modo con cui inserisce riccioli di scariche elettriche in ogni levare è magistrale, e la folla piega tutta la metà superiore del corpo con scatti che distruggerebbero una montagna ogni ogni volta che il sub-woofer percuote i loro timpani.
Tanti amanti della dubstep inglese e ricercata lo disprezzano, lo trovano dannatamente kitsch ed americano nel suo modo di far arrovellare i suoni per renderli il più caotici possibile, ma se siete quasi digiuni del genere, fino all'altro ieri ascoltavate solo sludge e vi siete svegliati con una voglia incredibile di ballare una traslitterazione elettronica del metallo lento senza badare troppo alla mancanza di raffinatezza, avete trovato l'uomo giusto.
Dopo circa due ore di set, troppo poche a detta di tutti, bastevoli per me che a) non mi drogo b) sono forse tra le dieci persone più anziane in sala, arriva 'Scary Monsters and Nice Sprites', che manda il pubblico in visibilio con una versione ancora più potenziata e malata del mix originale. In una marea di pixel colorati e capelli che si agitano su e giù, primi tra tutti quelli di Sonny che ormai madido sul palco non ha smesso di sgambettare per un attimo, il concerto vede il suo apice e dopo questo si avvia verso la fine, con il bye-bye finale di 'With Your Friends' che rimarca la mia sensazione di essere ad uno degli show più EMO della storia.
Sarei ipocrita se non dicessi che mi sono divertita un casino, e che, al di là dei giudizi spocchiosi che un adulto con una vaga cultura musicale generalmente vi darà in materia, lo show meritava.
Certo, che sia roba dannatamente commerciale, puttana, ballabile e fatta per far muovere quanti più culi e portafogli possibili non è un mistero, ma dobbiamo sempre fare i seri o per una volta possiamo concederci un pò di divertimento?