QUEENS OF THE STONE AGE - JOSH HOMME

Ci sono tanti modi per iniziare un'intervista.
La mia comincia nel migliore dei modi, con Josh intento ad osservare una moto in esposizione. Una stretta di mano, una veloce ripassata mentale alle domande e poi quel nodo che hai in gola si slega dietro un tono forte e deciso. Gli domando se gli piace andare in moto. "Mi piace essere libero". Libertà: un concetto su cui tornerà più volte nel corso di questa nostra chiaccherata.

Mi offre una birra e si siede di fronte a me. Poi si accende una sigaretta, una Camel. La prima domanda riguarda il titolo del nuovo album, Era Vulgaris. Mi incuriosisce il significato che può trasmettere.
"Questo titolo da la possibilità di dipingere svariate immagini. Per quanto riguarda l'americano medio questo titolo suonerà come The Vulgar Era... ma forse è così anche per chiunque altro da ogni parte del mondo." Conclude dicendo che è un titolo abbastanza stupido per gli americani ed altrettanto brillante per chiunque altro.

Quando gli chiedo se esiste qualche tipo di collegamento con il concetto di Vox Populi o se il tutto si basa su una visione critica del presente, Josh diventa più preciso. Mi suggerisce di non allontanarmi troppo poichè in fondo rimane solo un titolo. Riguardo la Vox Populi ci tiene a sottolineare che "Warhol amava ripetere che la gente farebbe di tutto per ottenere i suoi quindici minuti di celebrità." Allora è forse questa la Vox Populi, oggi? Cio nonostante, Josh dice di amare questa generazione, questa "era" se così la vogliamo chiamare. Decine di conflitti imperversano sul globo terrestre, ma evidentemente le cose non sono cambiate più di tanto rispetto al passato. "In fondo la guerra non è mai piaciuta a nessuno, mai e poi mai. Hitler era uno stronzo e questo basta per capire cosa ha combinato." Cosa gli piacerà tanto di quest'epoca, mi chiedo io. "Quell'attitudine naive di cui si parla spesso in realtà non esiste. Nessuno può dirsi naive, qua fuori. Questo perchè oggi chiunque sente puzza di stronzate lontano un miglio."

Esito un paio di secondi prima di vomitare la prossima domanda, che riguarda stavolta l'esperienza dal vivo. Difatti non è la prima volta che i QOTSA, potendo suonare in Italia, decidono di rintanarsi in piccoli o club o discoteche rock, come quella di stasera.
Che cos'è più importante, permettere ai fan di vedervi da vicino o scuotere le platee di un enorme palazzetto?
"Entrambe le cose. Da una parte è bello, per chi ti segue da anni, avere l'occasione di vederti in faccia ma d'altro canto è giusto dare a tutti anche solo la possibilità di vederti." Mi rivela che l'Italia gli piace, che hanno intenzione di tornare a farci visita e di tenere a mente che questa è solo la prima tappa del lungo tour che li aspetta. Josh vuole vedere Firenze e perdersi per le intricate strade romane: non ha potuto godersi a sufficienza il tour precedente, poichè è "stato male, di mente e di corpo. Una vera merda." Per fortuna si è ripreso in tempo: dice di stare meglio ed essere pronto a ricominciare da capo.

Cambiamo ambito. La collaborazione di Julian Casablancas degli Strokes su Sick Sick Sick non è per niente casuale. "Nulla è casuale" aggiunge lui. Allora se ogni album può essere considerato un passo avanti nella carriera di un artista, cosa ci dobbiamo aspettare dai Queens of the Stone Age nei prossimi anni? La domanda rimane per ora senza risposta. Sul palco qualcuno comincia a suonare, così Josh suggerisce di spostarci da un'altra parte. Non gli va di interrompere il soundcheck: "mi piace la mia musica" dice, prima di alzarsi.

Blackout69 si occupa soprattutto di band emergenti. Chissà su quali band sarebbe disposto a scommettere, se c'è qualche gruppo che gli piace e qualche altro che invece non ama particolarmente.
"Mi piacciono molto i White Stripes, adoro i Primal Scream, Bjork e molte altre band. Cerco di ascoltare quanta più roba possibile e, d'altra parte, non perdo molto tempo su cose che non vanno incontro ai miei gusti."

Qualche anno fa Josh rilasciò un'intervista a Rolling Stone in cui diceva di voler fare almeno trentacinque album prima di crepare. Gli domando se nel corso di questo biennio ha cambiato idea a riguardo.
"Non erano 20? Beh, vorrà dire che da questo momento in poi sarò obbligato a farne almeno trentacinque" dice sorridendo. Non ha una precisa idea di dove portare la sua band, gli piace l'idea che i QOTSA siano in continua evoluzione. "Agli inizi credevo che se fossi riuscito ad arrivare dove volevo, sarei stato libero. Oggi sono libero, libero di fare tutto ciò che voglio."

Come rifiutare il termine Stoner per definire la sua musica: il suo desiderio è di poter abbracciare quante più persone possibili, ognuna con gusti differenti. A questo proposito afferma di voler "suonare musica semplice, senza che per questo motivo debba essere definita semplicistica. La gente dovrebbe prendere la musica più seriamente: non c'è sempre bisogno di etichettare questo o quel brano." Quindi definire è limitare? "Si, ma la limitazione a volte può essere una gran cosa. In certi casi bisogna saper lasciare qualcosa da parte, metterlo in un cassetto e tirarlo fuori, magari, tra qualche anno."

L'intervista sta per giungere al termine, ma ho ancora tempo per chiedergli se ha mai visto un episodio di Assy McGee. "Che diavolo é?" risponde lui. Assy McGee è un cartone animato in cui il protagonista è un culo che cammina, nella parte di un poliziotto. "Un cartone animato con i culi?" mi domanda esterrefatto. Esatto, come ho detto c'è questo poliziotto con la sua pistola d'ordinanza ed il culo... "al posto della faccia?!" continua lui, prima di scoppiare a ridere.
Gli consiglio caldamente di vederlo, prima che mi chieda di ripetere il titolo un'ultima volta. "Spero davvero di riuscire a vederlo perchè, sai com'è, io adoro guardare culi" mi dice con aria disinvolta.
Gli rispondo che allora sarebbe perfetto. E lui mi assicura che lo vedrà.


Intervista realizzata in collaborazione con Radio Lupo Solitario.

18/06/2007

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