Pink Floyd - The Endless River

alt

Se fossi obbligato a valutare The Endless River con l’obsoleto sistema del voto penso che gli darei o 4 o 7. Perché? Perché ci sono almeno due maniere per ascoltare il nuovo disco dei Pink Floyd. 
 
La prima, immediata, è metterlo nel giradischi e lasciarlo scorrere, come qualcosa di nuovo, mai sentito, come quando si conversa con uno sconosciuto al bar, con la speranza di trovare un nuovo amico, o semplicemente di ascoltare qualcosa di interessante: senza pregiudizi. Ascoltare, fingendo di non sapere che The Endless River è, per pubblica ammissione di Gilmour e Mason, il risultato di 20 ore di outtake di The division bell, il loro ultimo LP del 1994. Magari facendo anche finta che la copertina del giovane artista egiziano Ahmed Emad Eldin non ricordi drammaticamente un volantino dei Testimoni di Geova. 
 
Proviamo quindi ad analizzare The Endless river dimenticando di avere a che fare con materiale di scarto di un disco reunion di 20 anni fa, rivisitato da una formazione monca per 2/4 che non si è neanche presa la briga di scrivere linee vocali e testi.
Dal punto di vista della struttura, The Endless River è una lunga suite strumentale, frammentata in svariate tracce disposte su quattro lati, nella quale inevitabilmente si sente la mancanza di un vero e proprio brano in forma canzone, fatta eccezione per la conclusiva Louder Than Words, vero e proprio momento di liberazione dopo quasi 50 minuti di ambient. Ad onor del vero si avverte anche la mancanza di un dittatore come Waters, il quale sicuramente avrebbe aiutato a selezionare maggiormente il materiale. Ve lo immaginate no? “David, questo no, questo fa schifo, questo cambialo. Tu Nick fai così quando io faccio cosà”. Ma come ben sappiamo la macchina Waters-Gilmour-Wright-Mason, tanto magica quanto delicata, si è rotta quarant’anni fa, senza mai più poter essere riparata.
Passando allo stile del disco, come già accennato, raramente ci si allontana dall’etereo sound ambient di pezzi come Cluster one o Marooned. Tempi ariosissimi quindi, com’era lecito aspettarsi da un disco quasi interamente strumentale. Tanto bending, tanta atmosfera, ma pochissime sorprese, che probabilmente è il grande difetto di questo disco: la mancanza di colpi di scena, di veri e propri scossoni. Come però recita il titolo, The Endless River è volutamente un flusso di chitarre melodiche e tappeti di tastiera, tutto o quasi made in Gilmour-Wright, dove le parti di batteria e i disegni di basso sono totalmente al servizio di questo flusso, per lo più riassuntivo della loro carriera
 
Non mancano infatti palesi autocitazioni: Shine On Your Crazy Diamond e A Saucerful Of Secrets per nominarne un paio. Spiccano comunque Autumn ’68 e Talkin’Hawkin’, quest’ultima arricchita dalla commovente voce di Steven Hawking, entrambe presenti nel lato 3 dell’opera, decisamente il più accattivante, Calling e Eyes To Pearls nella parte 4 e Nervana, misteriosamente disponibile solo come bonus track. Tenendo quindi conto che Waters non c’è più, che già i lavori post The Wall non sono certo dei capisaldi della loro discografia, che sono passati vent’anni da The Division Bell e che The Endless River è il risultato degli outtake proprio di quelle sessioni, il voto può essere tutto sommato positivo. 
 
Un’altra maniera di approcciarsi al nuovo Pink Floyd è invece paragonarlo ad un Dark Side of the Moon, un Wish You Were Here o un Animals: il voto crollerebbe ovviamente su di un 4 secco, semplicemente per il gravoso nome che porta in copertina. Ma probabilmente la cosa più intelligente da fare è di evitare i giudizi e semplicemente godersi il capitolo finale di uno dei gruppi più amati della storia del rock.
 


E-mail Stampa PDF