Bathory - Under the Sign of the Black Mark (1987)

altC’è una domanda alla quale non riesco mai a rispondere a dovere: cos’è il black metal? Nonostante ormai vent'anni e centinaia, forse migliaia, di dischi ascoltati, trangugiati, digeriti e completamente assimilati c’è ancora qualcosa che mi sfugge, qualcosa di inspiegabile a parole. Oggettivamente il black metal può essere classificato come l’evoluzione del thrash metal, dello speed , e del punk, unita all’immaginario horror satanista romantico.
Ma non basta, c’è dell’altro, specialmente nel black metal scandinavo. C’è qualcosa di lontano, di inafferrabile, di ancestrale. Non per nulla il black metal nordico si è evoluto naturalmente è stata virando verso il viking, o pagan, quando l’odio incondizionato verso tutto e tutti si è parzialmente placato per dare vita a una marziale descrizione di cultura e territorio, guerre e mitologia nordici. Ma dove inizia tutto questo? Come descriverlo a parole senza semplificare o approssimare come sopra?
Impossibile, bisogna ascoltare Under the Sign of the Black Mark, vero e proprio spartiacque tra le baracconate dei primi Venom/Slayer/Mercyful Fate/Celtic Frost e l’estremo nichilismo venuto dopo.
Anello di congiunzione tra il mero, marcio, pestare duro e l’evocare sul serio tempi e luoghi, lontani, grigi, bui, dominati da severe divinità.
 
In una delle sue ultime interviste prima della morte Quorthon ha bollato questo disco come merda pura, fingendo di vergognarsene. Forse a causa della produzione, forse per un cambio di gusti, non è certo la prima volta che un artista rinnega i lavori di gioventù. Secondo me invece il motivo è per esaurimento: semplicemente ad un certo punto si è stufi di sentirsi dare della leggenda da tutti. Perché è così, il black metal come lo conosciamo oggi nasce qui, Quorthon è leggenda, Under the sign of the black mark è leggenda. Le prime avvisaglie che qualcosa stava sbocciando c’erano già nei primi due dischi naturalmente, ma l’opera non era completa. L’omonimo debut e The return spingono in là il confine del thrash metal, inseriscono elementi come la brutalità, il grezzume lo-fi portato agli estremi, il cantato spasmodico da possedimento demoniaco, le matrici del black metal. Ma è in Under the sign of the black mark che la creatura prende davvero forma. Non c’è solo velocità e odio, c’è quell’aura di MALE inafferrabile ma concreta, c’è l’apertura verso l’epicità pagana, ci sono intro e outro teatrali, ci sono le tastiere, i primi accenni di chitarra acustica, ci sono Woman of Dark Desires, Call From the Grave, Equimanthorn ed Enter the Eternal Fire. Per la prima volta c’è IL BLACK METAL.
 


 
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