Bathory - Hammerheart (1990)

altIl metal sta prendendo direzioni decisamente estreme: vengono pubblicati dischi come Cowboys From Hell, Rust In Peace e Painkiller; il death metal prende forma e spessore, il black metal pure, anche troppo. In tutto questo esce il seguito del claustrofobico Blood Fire Death, quarto capitolo di un crescendo di furia e nichilismo inauditi quali sono i primi dischi dei Bathory.
Sarebbe logico aspettarsi qualcosa di ancora più estremo. Eppure, c’era quell’intro apocalittica con tanto di cori e inquietanti nitriti, c’erano quelle A fine day to die e Blood Fire Death, così lontane, così disperate. Insomma c’era qualcosa che lasciava, se non proprio perplessi, quantomeno curiosi. Esperimenti? Episodi isolati? Solo l’attesissimo nuovo disco poteva dirlo: quello che si era intravisto, annusato, assaggiato in Blood Fire Death diventa ora realtà.
 
Totalmente in controtendenza sia per il periodo, sia verso quel black metal che Quorthon stesso aveva plasmato, Hammerheart è un disco epico, lontano, malinconico.
Non c’è più nulla dei primi Bathory, niente più punk, speed, thrash, niente più Venom e Motörhead, niente Black Metal. Il serpente cambia pelle ma non il cuore dicono: il filo conduttore rimane.
 
Se da un lato un disco così pachidermico può spiazzare al primo ascolto, entrandoci meglio risulta essere la naturale conseguenza delle avvisaglie del disco precedente, non più ferale odio ma fredda malinconia, non più putride catacombe ma solenne Valhalla; non più Satana ma Odino. E passione, tantissima passione; che è poi il vero motivo che ti fa adorare Hammerheart.
 
Non solo perché ha praticamente posto le fondamenta del viking, o pagan, che dir si voglia, e stabilito nuovi canoni di epicità, ma perché trasuda dedizione da ogni solco. Non importa se è prodotto così così e cantato peggio: il sound è sostanzioso, arricchito da un’infinità di chitarre acustiche, cori che sembrano provenire direttamente dal Valhalla, tuoni, pioggia, fuoco, campane, corni vichinghi e stalloni al galoppo. E ci sono Shores in Flames, Valhalla e quella One Rode to Asa Bay che a distanza di più di vent’anni riesce ancora a far venire i brividi lungo la schiena. La leggenda cambia forma, si rinnova, continua.
 


 
E-mail Stampa PDF