Bathory - Twilight Of The Gods (1991)

altProsegue l’evoluzione del Bathory-sound, dopo il passo decisivo di Hammerheart, disco sperimentale, azzardatissimo, Quorthon riesce a spingersi oltre. Se il precedente era ancora un disco metal, epico, rallentato ma pesante e urlato, Twilight raggiunge una dimensione totalmente onirica, eterea, dilatata. Dopo l’odio e il furore dei primi quattro dischi, dopo il malinconico rancore di Hammerheart si arriva ad una distaccata pace. Che il mondo continui pure con le sue miserie, con le sue bassezze, Quorthon lo osserva dall’alto. Appollaiato su di un'imponente cima scandinava, vento nei capelli, ci racconta di tempi lontani, duri, della magia delle rune, delle fredde divinità pagane, dei paesaggi nordici al tramonto. Già, il tramonto. Twilight of the gods doveva essere l’ultimo lavoro dei Bathory, e suona così, come un lento addio, un nostalgico, crepuscolare commiato.
 
Le lunghe intro acustiche quasi impercettibili, il vento, le melodie, tutto è rivolto a portare l’ascoltatore verso la lenta fine di un percorso, di un sogno. Azzardando potremmo dire che i Bathory di Twilight of the Gods stanno al metal come i Pink Floyd di Echoes stanno al rock’n’roll: tutto è diluito, dilatato all’infinito, eppure estremamente coinvolgente perché tocca dei tasti profondi, non è solo musica. I suoni, la produzione e il cantato vanno decisamente meglio rispetto al disco precedente, tutto è ben amalgamato, tutto scorre: l’infinita title track posta in apertura, Through Blood By Thunder o Under the Runes raggiungono un’intensità incredibile. La conclusiva Hammerheart, riadattamento di Jupiter da I pianeti di Gustav Holst è il climax di un disco che destruttura qualsiasi forma di metal come lo conosciamo: un viaggio onirico di feeling puro. Game over?
 


 
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