Iron Maiden - The Book Of Souls

altEra nell'aria. Forse nessuno si aspettava un nuovo disco degli Iron Maiden (il sedicesimo!) così clamorosamente bello e vario, ma i segnali di ripresa c'erano tutti. Perché? Facciamo un po' il punto sui Maiden post reunion.

Cominciamo con Brave new world, ottimo disco con ottime canzoni, penalizzato però da una serie inspiegabile di ritornelli ripetuti allo sfinimento che l'hanno ridotto semplicemente ad un buon disco. Poi è venuto Dance of death... OK quello è proprio brutto, si salva veramente poco o nulla. Ma già con A matter of life and death la luce si era riaccesa, nuovamente grandi pezzi, moltissime idee, troppe forse: il risultato è un monolite non facilissimo da digerire nella sua interezza.

Alla luce di ciò su The final frontier i pezzi sono stati decisamente snelliti e le idee incanalate ancora meglio. I suoni sono un po' troppo impastati ma niente più ritornelli ad libitum, al contrario c'è tantissima varietà, anche ritmica: per la prima volta l'anima prog/settantiana di Harris & Co. riesce ad evadere dalla gabbia degli stilemi classic metal da loro stessi costruita. Per tutti questi motivi c'era qualcosa nell'aria.

Era nell'aria che The book of souls avrebbe potuto raddrizzare il tiro e sorprendere in positivo, e così è stato. Certo, quando si è saputo che sarebbe stato un disco doppio di 92 minuti tutti avevamo storto il naso, ed effettivamente l'ascolto completo è impegnativo, ma ragazzi, quanta bella roba... Innanzitutto la produzione: i suoni sono praticamente perfetti, tutto è chiaro, profondo e incisivo (si, per la prima volta anche le tre chitarre!) e la voce di Bruce risalta come non mai, al contrario delle ultime uscite dove spesso appariva un po' soffocata. Come ai bei tempi insomma. Ma il punto è un altro: The book of souls propone una quantità enorme di idee, tutte sviluppate con classe.

Ogni pezzo arriva al punto quando deve e si sviluppa senza fretta, senza forzature, evolvendosi in maniera naturale dall'inizio alla fine, ed è così per tutta la durata del disco. C'è un'intro psichedelica che apre per If eternity should fail, una delle loro opener più riuscite di sempre, ci sono i classici pezzi tirati alla Maiden (Death or glory, When the river runs deep e il singolo apripista Speed of light - MORE COWBELL!!!), e tanti tanti brani epici.

Attenzione, per brani epici non pensate al loro classico pezzo standard post reunion "intro acustica-galoppata-migliaia di ritornelli" spesso definibile come polpettone. Al contrario: ogni brano ha qualcosa da dire, sono tutti molto lunghi ma allo stesso tempo snelli, riuscendo ancora a sorprendere con accelerazioni o rallentamenti posti nel momento giusto e i classici raddoppi di chitarra tipici dell'accoppiata Smith/Murray .

In questo senso The red and the black è la nuova Rime of the ancient mariner (anche se con un paio di accorgimenti alla struttura poteva essere ancora meglio...) e la title track la nuova Mother Russia, per non citare la stupenda Shadows of the valley. Ma ci sono anche cose nuove, fresche, "prog": il mid-tempo Tears of a clown dedicato a Robin Williams e la pinkfloydiana The man of sorrow. C'è l'attesissima Empire of the clouds, il pezzo di 18 minuti, il più lungo mai registrato dalla band, posto in chiusura che potremmo pure considerare la loro And then there was silence (dei Blind Guardian, da A night at the opera).

Qualche pecca? Ovviamente, la perfezione non esiste. La durata eccessiva avrebbe potuto essere ridotta con qualche sforbiciata qua e là, o semplicemente togliendo The great unknown per esempio, che pur non essendo un pezzo brutto, non entusiasma come tutti gli altri. Resta il fatto che nel 2015, al sedicesimo album e dopo 40 anni di attività, trovarsi tra le mani un nuovo disco dei Maiden così riuscito, così fresco e classico allo stesso tempo sa di miracolo. Ma i miracoli, in musica, sono frutto delle grandi idee, del duro lavoro e di una classe infinita.

UP THE IRONS!!!

 

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