Black Keys - Turn Blue

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Via, chiariamo subito il primo dubbio: Turn Blue è un album più che discreto. E chiariamo pure gli altri, non è un ritorno al garage-blues, e no, non è un capolavoro che cambierà la storia del rock.
Come dichiarato recentemente da Dan Auerbach (voce, chitarre) ogni album dei Black Keys è il risultato di esperimenti in diverse direzioni.
 
Turn blue non interrompe questa tendenza: se El Camino era chiaramente indirizzato alle folle danzerecce delle arene che il duo dell’Ohio ha affrontato recentemente, in questo disco c’è un parziale ritorno alle sonorità più melodiche di Brothers, senza però la prolissità e le strizzate d’occhio al pop di quest’ultimo, ma piuttosto un decisa apertura verso scelte più rock e meno alternative. Nelle tracce iniziali le atmosfere eteree e la ricerca costante della melodia, già presenti in Brothers, vengono esaltate, sfiorando il primo Pink Floyd sound, grazie anche ad un uso massiccio di chitarre acustiche e ad un’attenzione maniacale per gli arrangiamenti.
C’è anche dell’altro, in alcuni brani Turn blue vira anche verso il rock nudo e crudo: è così che It’s up to you sfiora il plagio di Misty mountain hop dei Led Zeppelin, mentre la conclusiva Gotta get away potrebbe comprarire tranquillamente in Green river dei Creedence. Un’altra sorpresa  è data dalle inaspettate, quanto efficaci, linee di basso, che donano ulteriore groove ai pezzi più sincopati, quali la riuscitissima Bullet in the brain, e che amalgamano ritmica e melodia nelle parti più soft, come nell’opener The weight of love, uno dei loro brani più pindarici di sempre.
 
Quali i difetti? Innanzitutto le linee vocali: se nei dischi come Magic potion o Thickfreakness la voce ruvida di Dan si stampava in testa dopo pochi ascolti e donava al tutto una certa acidità Hendrixiana, ora la scelta di utilizzare principalmente il falsetto alla lunga potrebbe annoiare. Stesso discorso per i suoni patinati odierni se confrontati con le distorsioni al limite del noise dei primi lavori, ma questa è una scelta che li accompagna da qualche disco a questa parte. Probabilmente mancano quei due-tre pezzi immediatamente riconoscibili e dal ritornello catchy: ci prova il singolo d’apertura Fever, negli intenti la nuova Your touch/Lonely boy, nel risultato colonna sonora ideale per uno spot di telefonia, fastidio compreso. È invece decisamente apprezzabile la scelta, in controtendenza, di non superare i quarantacinque minuti di durata, evitando così di appesantire l’ascolto con tracce superflue.



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